Sicuramente il sonnecchiante pubblico del sabato pomeriggio non immaginava di vedere negli studi del fortunato programma di Maria De Filippi, Robbie Williams. Si proprio lui, l’enfant terrible del pop, a 35 anni suonati, debutta in Italia con il suo nono album da solista dopo l’abbandono dei Take That nel 1996: Reality Killed The Video Star. E sceglie proprio il palco naturale e mediatico della De Filippi sia per una naturale scelta di marketing dato il target di spettatori che segue la trasmissione televisiva, ma anche grazie al presidente della EMI Italia, Marco Alboni, che ha scelto come vetrina italiana per l’idolo inglese la scuola artistica più famosa d’Italia dove lui insieme agli altri discografici italiani cerca artisti in erba per sconfiggere la crisi nera del settore.
Ecco a voi il video dell’evento:
Il ragazzotto dello Staffordshire sfodera ancora il suo fascino magnetico, anche se sembra un po’ affaticato, borse sotto gli occhi nonostante il trucco, viso un po’ appesantito. Ne ha passate tante negli ultimi tre anni, bloccato nel suo silenzio musicale, tra donne, riabilitazioni da droche e alcol e fughe dagli alieni che lo inseguivano; ma Sir Williams è tornato, e dopo 55 milioni di dischi venduti alle spalle, sfodera questo nuovo album per la Virgin/EMI che porta il titolo di una canzone che lui stesso scrisse molti anni prima, parafrasando la nota dance song dei Buggles “Video Killed The Radio Star”.
Robbie dice di questo ultimo lavoro “è un po’ del vecchio me, un po’ del nuovo, un po’ del Robbie che non avete mai ascoltato”; è proprio vero, c’è un netto ritorno verso il suo sound, soprattutto quello di Escapology e di Intensive Care, insomma il Robbie Williams che ci piace ascoltare e che vende milioni di copie. Dunque dopo il clamoroso flop dello sperimentale Rudebox che tendeva la mano al mondo dell’hip-hop, Robbie torna su i suoi passi forse perchè coi tempi che corrono la EMI gli ha chiesto di fare cassa. Bisogna che almeno le teste di serie delle scuderie prendano il toro dalle corna e tirino fuori la discografia mondiale dalla crisi. In “Bodies” ritroviamo la sua classica hit apripista che pompa tutto il disco; non si riesce a star fermi, il ritmo entra dentro fino ad esplodere nel ritornello; in UK ha esordito al no.1 ma dopo quattro settimane si ritrova ormai confinata in zona retrocessione, al 23° posto; diciamo che è roba già sentita, carina ma si dimentica presto.
Le ballate strappalacrime la fanno ancora da padrona, ce ne sono ben 4: si comincia con “Morning Sun”, scritta in memory of Michael Jackson, dal testo molto ispirato, molto poetica, e non manca un bel finale con trombe Beatles style; tutto sommato potrebbe essere il prossimo singolo. Si procede con “You Know Me”, stavolta siamo proprio alla festa di fine anno del liceo, ma non di Gossip Girl….di Happy Days! Puri anni 60, i due fidanzati storici ballano un lento piangendo perchè sanno che il college li allontanerà per sempre; diciamo solo che speriamo non sia il singolo no.2, anche perchè ci sono buone probabilità che lo sia dato il video già girato in cui Robbie è nei panni del Cappellaio Matto di Alice in Wonderland. Poi il buco nero di Blasphemy: a parte la musica, un po’ sotto l’influsso del Freddy Mercury dei tempi andati, il testo è delirante per usare un eufemismo. Finiamo con Deceptacon, che fa molto colonna sonora da fine di una storia…tenetela buona nei vostri iPod ![]()
Il resto è un collage di storia della musica pop: c’è l’inno alla disco anni 80 con “Last Days of Disco”, c’è “Starstruck” in cui ci chiediamo se a cantare sia Robbie o George Michael, c’è un tentivo maldestro di citare gli AC/DC con l’incipit di “Do You Mind”, ma si vede che Robbie non ha familiarità con quel mondo e nel ritornello la butta in caciara, con qualche chitarra elettrica qua e là che spara note come in Guitar Hero. Dance più deep e psichedelica per “Difficult for Weirdos”, uno swing ironico alla Stupid Cupid nel finale del disco con “Won’t Do That”.
William dice di questo album: “Voglio che sia quel disco che definisce la mia carriera”. Non ci sembra che il disco segua un concept, ma sia piuttosto un’accozzaglia di generi diversi, canzoni carine per carità, sembra quasi non voler rischiare stavolta, voler accontentare tutti, niente scelte audaci, bisogna riconquistare quel posto da protagonista nel Pop che gli manca da così tanto tempo. Forse era proprio per questo motivo che lui stesso voleva che l’album si chiamasse “Il protagonista” ma i producer gli hanno detto di no. Tutto sommato l’intento era buono, il risultato un po’ meno.
VOTO: 6-



